​Che meraviglia!

Questa mattina una paziente mi ha detto una frase che mi ha colpita, al punto da portarmi a riflettere e scrivere. 

“Jessica sai, ormai non mi sorprendo più per le cose che mi capitano. Non so più rallegrarmi della vita… mi manca la meraviglia! Prima non era così ...”.

Prima di cosa? È la domanda che ho posto a lei e al tempo stesso anche a me. Quando smettiamo di meravigliarci? Di dire wow! Di essere felici e sorpresi per qualcosa? Di fermarci a guardare un paesaggio e apprezzarne i colori? Quand’è che non gioiamo più per avere accanto degli affetti? Quand’è che non siamo più grati alla vita?

Perché di questo si tratta: essere riconoscenti per quello che ci circonda e non dare per scontato le persone che ci sono vicine. 

Quando viviamo intensamente un evento assaporandone tutta l’emozione, allora riusciamo a sorprenderci. Fare foto con l’intento di mostrare al mondo dove e con chi siamo, è un’azione vuota e sterile se non siamo davvero presenti con il corpo e con la mente in quell’istante.

Si potrebbe obiettare che la vita è difficile, il lavoro poco soddisfacente, ci si sente soli e non mancano mai lutti o problemi economici da affrontare. Tutto questo è comprensibile, è umano, ma la domanda da porsi è: “Bene, questo è quello che c’è, cosa voglio ora? Cosa posso fare per ottenerlo?”.

Siamo in un momento storico, purtroppo, dove sentirsi sereni è diventato quasi un miraggio, ed essere felici per qualcun altro è addirittura utopia. Quante volte capita di sentir dire o di esclamare: “Eh beato te che stai bene … io invece, sapessi quanti problemi ho!” Non sarebbe più bello gioire con gli altri, senza invidia, essere felici insieme?

Siamo tutti diversi, ogni individuo è irripetibile e unico. Questo dovrebbe essere fonte di stupore e di confronto. Molte volte sento dire: “Rispetto il tuo pensiero, ma non lo condivido”, e che significa? Se si rispetta davvero un pensiero diverso dal proprio, si ascolta l’altro, ci si apre allo scambio, senza giudizi.

La condivisione è un concetto che mi pare sia regredito al suo significato più superficiale con l’avvento dei social, in quanto esprimo la mia opinione solo per ottenere più visualizzazioni. Quindi non è un andare a fondo e mettere insieme più punti di vista, ideare qualcosa di nuovo e instaurare un dialogo, frutto di riflessioni anche divergenti.

Per tornare all’affermazione della mia paziente, voglio dire che ci vuole allenamento all’ascolto di se stessi, del qui e ora e di ciò che si vuole, rendendosi così conto che la nostra visione non è affatto l’unica. L’incontro con l’altro ci aiuta a conoscere noi stessi, a scambiare pensieri e desideri. 

L’attenzione verso noi stessi, quand’è alta, si riflette anche all’esterno, aiutandoci a guardare cosa ci circonda, a renderci conto che il paesaggio che vediamo tutti i giorni dalla finestra in realtà può apparire diverso, se lo ammiriamo da un’altra angolazione. Un po’ come quando torniamo nella nostra città natale, dopo tanto tempo, e può accadere di sorprenderci per la meraviglia di cui prima non eravamo consapevoli.

Ecco, proviamo a metterci in viaggio, in ogni istante,e riscoprirci nuovi ogni volta. 


 




Grazie di cuore, come sempre alla scrittrice ed editor Raffaella Zinelli che fa un lavoro preziosissimo per me! 

Volontà, responsabilità e libertà: gli ingredienti base della psicoterapia e non solo

 Ecco qua l'ultimo articolo che ho scritto, come sempre rinnovo i ringraziamenti a Raffaella Zinelli scrittrice, mia editor di fiducia e soprattutto cara amica, che ha reso scorrevole il tutto! Buona lettura !

Ma io non so cosa voglio!”: una storia come tante
La paziente, che chiamerò Luisa, seduta sulla poltrona vicino a me, alla domanda su cosa volesse rispetto alla situazione descritta, con sguardo impaurito e smarrito risponde:
L.“Ma io non so cosa voglio… pensavo me lo dicessi tu, sennò perché sono qui?”
T.“Perché sei qui? Dimmelo tu Luisa, io non posso sapere cosa vuoi. Io sono io, non te. Se sei qui perché io ti dica cosa vuoi e cosa devi fare, hai sbagliato studio.”
L.“Ok… ma io non lo so…”
T. “Non hai studiato?”
L. “Cosa?”
T. “Dici che non lo sai: quello che vuoi sta scritto da qualche parte? Lo hai letto o studiato?”
L. “No… “
T. “Allora prova a immaginare cosa vorresti.”
L. “Mmm… è difficile…”
T. “Mai detto che fosse facile, prova! Prova a immaginare cosa vorresti con quella persona.”
L. “Mi piacerebbe che ci capissimo… vorrei che mi capisse… anzi, voglio che mi ascolti!”
Il dialogo è ovviamente andato avanti, facendo emergere diverse volontà della paziente, più o meno consapevoli, più o meno realizzabili.
Quello che affiora da queste prime battute è una cosa comune a molte persone che ho visto sedersi nel mio studio: credono cioè di non sapere cosa vogliono, quando in realtà semplicemente non se lo chiedono. Nella vita di tutti i giorni infatti ci poniamo di rado la domanda “che cosa voglio?”, sia in situazioni complesse, sia più banali. Per esempio quando abbiamo fame afferriamo la prima cosa che capita o l’unica che è al momento disponibile: se ci sono solo le uova optiamo per una frittata, ma è davvero quello che ci va in quel momento o non abbiamo voglia di fare la spesa?
Desiderare, tendere verso qualcosa, avere l’intenzione di un cambiamento: questi sono gli ingredienti base per iniziare una terapia che porti a riscoprire se stessi. Pensare che sia il terapeuta a dirci cosa vogliamo e cosa sia giusto per noi, è un grande errore, è come dire “scegli tu, tanto per me è uguale”. Siamo sicuri che la soluzione proposta ci andrebbe bene? Che sia la migliore per noi?
Tutto questo ovviamente avviene non solo in psicoterapia, ma anche nella vita di tutti i giorni: c’è spesso qualcuno che decide al posto nostro, che sceglie per noi. Perché? Perché non abbiamo voglia di discutere, perché è più comodo lamentarci, perché non riusciamo a chiedere, per una serie di fattori, che però non ci portano da nessuna parte. Se io voglio ardentemente una cosa, ma so che qualcuno potrebbe restarci male o non approvare, come mi comporto?


Se gli dico che voglio vivere in quella casa…”:la brutta bestia della responsabilità
L. “Se gli dico che voglio vivere in quella casa senza di lui, mi lascia…”
T. “Ma tu vuoi vivere lì?”
L. “Sì… ma… se ci vado da sola, se vado lì e non in quell’altra che avevamo visto insieme, che è più grande, adatta a due… forse tre… io… lui...” Luisa a questo punto inizia a piangere e quasi non riesce a parlare.
T. “Luisa, respira … cosa senti? Cosa immagini che succeda?”
L. “Ho paura che mi lasci, che pensi che non lo amo… ma non è vero! È che se penso di vivere insieme adesso, e poi magari di avere un figlio, due… mi manca l’aria… sono solo sei mesi che stiamo insieme e…”
T. “Aspetta, fermati e respira… una cosa per volta … gli hai detto cosa provi? Cosa vuoi?”
L. “No, cioè sì… gli ho detto cosa provo, però sulla casa no, lui è così entusiasta… prendo tempo… se non gli dico nulla magari non se ne parla più, oppure sceglie lui… oppure… bo, non voglio che mi lasci!”
Il dialogo prosegue ancora, fino a quando la ragazza si rende conto che al fidanzato non ha detto cosa desidera realmente perché ha paura delle conseguenze, secondo lei catastrofiche, e perché non vuole assumersi la responsabilità dei propri sentimenti, pensieri, bisogni. Dire di no o dire di sì, affermare ciò che si vuole o meno, ha infatti delle ripercussioni, sia per noi stessi che per chi ci sta intorno.
Ma siamo sicuri che le conseguenze siano davvero così tremende? E se andassimo contro corrente e dicessimo cosa pensiamo? Esprimendo le nostre emozioni- nel caso di Laura la paura dell’abbandono- comunichiamo all’altro qualcosa di noi, qualcosa di veramente prezioso e questo aprirà sicuramente un dialogo. Dopo aver preso consapevolezza di cosa vogliamo, il secondo passo è agire per realizzare quel desiderio, perciò è fondamentale assumersila responsibilità di quello che succederà dopo. Sia in un contesto terapeutico che non.


Libertà: il filo sottile con la responsabilità
T. “Come stai ora Luisa? Immaginando di dirgli ciò che provi e ciò che vuoi, c’è ancora la paura?”
L. “No… mi sento più leggera… è come se il peso che avevo non ci fosse più… pensavo che non dirgli niente fosse più facile… ma mi toglieva solo responsabilità… e mi sentivo prigioniera di me stessa…”
T. “Beh, ti privavi della libertà…”
Tutto ciò che aumenta la libertà, aumenta la responsabilità”. (Victor Hugo). Che significa? Sembra un concetto semplice, ma spesso non lo analizziamo a fondo e non ne afferriamo il senso. Dare agli altri il potere di scegliere al posto nostro, non prendere posizione, accettare passivi/e, ci solleva da ogni ripercussione, ma al contempo ci priva del libero arbitrio, che è ciò che fa di noi degli esseri pensanti, in grado di volere, amare, scegliere in piena libertà. Quando facciamo qualcosa perché lodesideriamodavvero, perché siamo noi a decidere, non è forse più entusiasmante e gratificante? Sentirsi in dovere di accontentare l’altro, infatti, non è la strada per costruire un rapporto sano e sincero. 
Pertanto gli ingredienti base di una terapia sono la volontà e la responsabilità, perché grazie a queste due componenti si riscopre la libertà di esserese stessi/e. Aggiungendo inoltre un pizzico di ironia, una spolverata di leggerezza, sorrisi e lacrime quanto basta, il successo è assicurato! 


DESIDERARE? CERTO! E NON SOLO LA NOTTE DI SAN LORENZO!

L’importanza dei desideri come motore della psicoterapia e della vita



Desiderare non è scontato, è difficile, soprattutto adesso, in questo particolare momento storico, perché spesso, subito dopo aver immaginato ciò che vogliamo, s’innesca il pensiero che non lo realizzeremo mai. La pandemia ha attutito la nostra fantasia, ci ha resi più concreti, pratici, più attenti al quotidiano e alle cose semplici.

Da una parte, può essere positivo accontentarsi di quanto abbiamo, dando valore ai nostri affetti, abituandoci a vivere con il minimo indispensabile e magari riuscire a gioirne, dall’altra parte però questa condizione può renderci passivi, arrendevoli, con il risultato che il nostro spirito vitale cala a picco. 

Volere raggiungere una meta, realizzare un obiettivo, è fondamentale in ogni aspetto della nostra esistenza, anche per intraprendere un percorso psicoterapeutico, perché è sempre la volontà di cambiamento e soprattutto di mettersi in gioco che fa fare passi in avanti.

Sognare e immaginare devono però essere accompagnati dal mettere in pratica comportamenti e azioni precise che ci consentano di realizzare proprio ciò che vogliamo. 

Infatti stare ad aspettare senza compiere nessuno sforzo per ottenere ciò che ci siamo prefissati  non ci porterà da nessuna parte, e presuppone che sia qualcun altro o una forza esterna quasi sovrannaturale ad agire al posto nostro, da qui la deresponsabilizzazione.

A tal proposito ho cercato l’etimologia della parola desiderare, e ho scoperto che deriva dal latino: significa smettere di guardare le stelle a scopo augurale’. Presuppone quindi  un’azione da compiere, agire, non restare passivi.

Ma cos’è il desiderio? Da dove nasce? 

Nella mia esperienza professionale mi sono trovata spesso a contatto con diverse culture ed età, in contesti svariati come la scuola, strutture di accoglienza per profughi, campi rom, centri antiviolenza, e in ogni situazione ho visto forme molteplici di desiderio. 

Si sottolinea spesso come all’origine di questo vi siano il bisogno e la mancanza: quando non abbiamo qualcosa, tendiamo verso di essa con i mezzi a nostra disposizione. Ad esempio, quando un neonato ha fame e ancora non parla, piangendo attirerà l’attenzione della madre, ottenendo così il latte. Una volta sazio, il piccolo sarà soddisfatto, e successivamente manifesterà un altro bisogno da placare, come per esempio  dormire. 

Mano a mano che l’individuo cresce e sviluppa la propria personalità, emergono volontà nuove, aspirazioni, aspettative che spingono in una determinata direzione. Diventano il motore della vita! Dai bisogni fisiologici a quelli psicologici, affettivi e relazionali, siamo in continuo movimento per realizzare ciò a cui aspiriamo. Per tutta la durata della nostra esistenza.

L’età dell’infanzia è la più ricca di sogni: quale bambino alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” non ha risposto l’astronauta, la ballerina, l’attore, o la principessa? A quest’età non c’è, o almeno non dovrebbe ancora esserci, la consapevolezza del limite, della delusione, dell’impossibile. Tutto appare realizzabile. Questo senso di onnipotenza inizia a incrinarsi però nell’adolescenza, quando il nostro corpo cambia, i punti di riferimento si ampliano e il gruppo diventa la nostra ancora, l’appiglio principale. Ogni giorno ci confrontiamo con gli altri. Allora cominciamo a chiederci se saremo mai all’altezza di avere un ragazzo o una ragazza, se riusciremo a finire la scuola, se le nostre amicizie dureranno per sempre. Ci sentiamo grandi e vorremmo andarcene di casa, ma al tempo stesso abbiamo paura. Rischiamo così, di ancorarci ai nostri desideri, a volte andando contro il parere dei genitori, degli insegnanti, degli adulti in generale. A volte, può essere un bene che ciò accada, che la nostra testardaggine ci spinga ad andare avanti, altre volte, invece, può farci smarrire la strada giusta, quella migliore per noi.

Nel mio lavoro in questi ultimi anni, anche prima del covid-19, ho notato fin dagli anni della scuola primaria, un impoverimento della fantasia, o comunque un suo assopimento. Mi è capitato di chiedere ai bambini e ai ragazzi cosa volessero per il loro futuro, e le risposte sono sempre state piuttosto aride, come se l’immaginazione avesse perso le ali e le loro parole fossero in realtà il riflesso delle famiglie, di genitori pessimisti persi nel quotidiano, dediti solo a ciò che è strettamente necessario per la vita di tutti i giorni. 

Non sono la sola a sostenere che i figli sono lo specchio dei genitori: essi agiscono infatti per imitazione, in base a ciò che la famiglia trasmette loro. 

E gli adulti desiderano? Immagino e spero di sì. Il punto è cosa vogliono veramente e cosa fanno per ottenerlo. Quando si vede una bella macchina e sorge il desiderio di possederla, se si hanno i soldi per comprarla, non si spreca neanche un po’ di fatica: basta andare in una concessionaria e il desiderio è presto appagato. Oppure quando si scatena la voglia di dolce: basta aprire il frigo e cercare qualcosa che ci soddisfi, altrimenti si può sempre optare per una pasticceria e azzerare così l’astinenza da zuccheri. 

Ma da cosa scaturiscono questi bisogni? Nel caso del dolce, da un cosiddetto “calo di zuccheri” fisiologico, oppure se cercassimo la metafora, potremmo azzardare dalla necessità di affetto. Per quanto riguarda il desiderio di comprare una macchina, invece, esso potrebbe scaturire dall’impulso irrefrenabile di appropriarci di qualcosa che in realtà non ci serve, ma che ci procura un piacere effimero, una vera e propria estasi momentanea, oppure potrebbe scaturire dall’invidia nei confronti di qualcun altro che abbiamo visto a bordo proprio di quell’auto.

Durante la mia esperienza lavorativa nell’ambito dell’immigrazione, ho constatato come i desideri appena menzionati, siano in realtà del tutto futili. Per chi fatica a procurarsi il cibo, per chi fugge dalla guerra, il desiderio primario, assoluto, è vivere. Grazie a questo istinto vitale l’individuo riesce a superare confini, ad affrontare esperienze terribili. Ed è qui che si manifesta la potenza del desiderio.

Ma come si fa a capire cosa vogliamo? Ascoltandoci. Il modo per sapere quando un desiderio è importante, vero e profondo, è fermarci e restare in ascolto di noi stessi. Entrare cioè in contatto con le nostre emozioni, che sono una preziosa bussola per orientarci nel mare dei pensieri. Quando vogliamo davvero qualcosa, il nostro corpo lo reclama inviandoci segnali. Ad esempio, quando siamo troppo stanchi, ma dobbiamo per forza lavorare, prima o poi il nostro organismo manifesterà qualche sintomo, come mal di testa, occhi affaticati, dolore alla schiena, e così via. Finché non ci concediamo il riposo, il dolore persisterà. Quando abbiamo fame e il nostro stomaco “brontola”, si silenzia soltanto dopo aver mangiato. Siccome i nostri bisogni psicologici, invece, devono bussare più forte per farsi sentire e a volte non sono decifrabili con chiarezza, ecco che l’esercizio dell’ascolto diventa uno strumento prezioso, fondamentale. 
Restare con se stessi è di aiuto soprattutto in questo periodo, come ho scritto all’inizio dell’articolo, perché ci rivela quello di cui abbiamo davvero bisogno: un abbraccio, girare il mondo, bere un aperitivo con gli amici, incontrare l’amore, trovare il lavoro per cui abbiamo tanto studiato, sentirci realizzati. 
Ogni piccolo o grande desiderio è importante, per chiunque: per i bambini e i ragazzi alle prese con il loro sviluppo, per le persone che iniziano un percorso di psicoterapia, per tutti coloro che vogliono migliorare la qualità della propria vita e che s’impegnano a vivere il qui e ora con pienezza e intensità. Desiderare spinge a desiderare. E desiderare ci fa conoscere noi stessi. Desiderare con consapevolezza è la miglior arma contro la depressione e tutte le psicopatologie esistenti. 



Un grazie particolare  alla scrittrice Raffaella Zinelli che ha collaborato alla stesura del testo, rendendolo migliore.

 

E poi ci sono loro...le persone che ti regalano sorrisi, emozioni, momenti indimenticabili...alla fine ti rendi conto che non sei stato tu ad insegnare qualcosa, ma che hai imparato molto di più tu da loro! 

Grazie di cuore ai bimbi e alle maestre della 1A della scuola Cattaneo! Alla prossima! 

Questa mattina una bambina di 11 anni a scuola, mentre tenevo una delle mie lezioni di teatro espressivo, mi ha detto questa frase : “… non voglio leggere a voce alta, perché mi vergogno, non mi fido … tutti mi prendono in giro ...” .

In quel momento ho provato dispiacere e per lei, che non si sentiva libera nella sua classe di leggere un semplice testo, e rabbia per i compagni che non le davano sicurezza. Ho provato a farli lavorare su questo, lasciando perdere il copione teatrale, e facendoli mettere a confronto. Mi sono resa conto delle grosse difficoltà che avevano nel dirsi le cose, nel parlare di sé, nell’esprimersi. Ogni frase era ricca di accuse “ tu fai così! … tu dici questo...tu non capisci...” e via dicendo. Allora ho provato a riformulare i discorsi, chiedendogli di parlare di sé, di esprimere le proprie emozioni. E’ stata molto dura. 
A questo punto la rabbia provata inizialmente si è disciolta, si è trasformata in dolore a vedere quanto in un’età che si dice essere dell’innocenza, ci fosse così tanta malizia, diffidenza, e difficoltà nel parlare, nel manifestarsi. E ho visto loro come specchi di noi adulti, che ripetono le cose come noi gliele insegniamo. I genitori sono i modelli per i figli, soprattutto finché sono piccoli, e tutto quello che dice un padre o una madre per loro è verità. 
Oggi, soprattutto in questo periodo storico dove siamo più preoccupati di disinfettare le mani e coprire bene la faccia, rischiamo di perdere di vista le cose importanti, quali la comunicazione, lo stare in contatto con se stessi e l’ascolto dell’altro. 
Un ulteriore episodio che mi ha colpita stamani, a proposito dell’igiene, riguarda un’altra bambina che mi ha chiesto di andare in bagno, io le ho dato il permesso, ma un suo compagno di classe l’ha sgridata, dicendole che non poteva perché stavano pulendo i servizi. Non è l’informazione in sé il problema, è il come gliel’abbia detto, e la reazione della ragazzina, la quale si è messa a piangere. Io mi sono scusata, dicendo che non ero al corrente della pratica di pulizia, ma nel mentre anche gli altri compagni hanno rincarato la dose, affermando che era stupido piangere per questo.
Anche qui dov’è la responsabilità? Come fare per evitare certi atteggiamenti? Ci vuole allenamento. Imparare e poi provare, sperimentare, mettersi in gioco, ascoltarsi, giorno dopo giorno, e a farlo per primi dobbiamo essere noi adulti, perché i bambini apprendono da noi, si ri-specchiano nei nostri volti, nei nostri comportamenti. Aiutiamoli a diventare adulti migliori di noi.


Anche quest'anno il Natale sta arrivando...con questo 2020 c'era da aspettarsi di tutto, pure che non venisse🤭
Il mio augurio a tutti non vuol esser di frasi fatte e cose già dette...voglio dirti di non star lì ad aspettare un anno migliore, bensì fare qualcosa purché sia tale...di non aspettare di fare scelte giuste, ma decidere e basta...di non aver paura e sperare che il peggio passi, bensì di passare col peggio e così il timore andrà...di non stare lì ad attendere che qualcuno decida per te, ma prendi in mano la tua vita...desidera più che puoi, apri il cuore e la mente, e passo dopo passo vivi la vita...ti vietano di baciare, abbracciare, toccare...e tu tieni duro afferra tutto ciò che puoi, lascia accesa la luce dentro te, e vedrai che brillerai come non mai!
Buon Natale!!

VOGLIO VIVERE A COLORI



 Mi sono affacciata alla finestra, e ho visto il cielo grigio, i palazzi grigi, le strade grigie, i volti delle persone grigi. Nell’aria odore di incertezza e paura. Si respira dietro mascherine che ci tolgono il sorriso e ci rendono anonimi quando ci incontriamo per caso, tanto che stentiamo a riconoscerci. I saluti sono diventati fugaci e privi di calore, un po’ come i rapporti che non riusciamo più ad approfondire. In tutto questo grigiore, persa nei miei pensieri, mi sono detta che voglio vivere a colori! E dove li trovo, se ovunque mi giro c’è bianco e nero e qualche sfumatura grigiastra? … ci sono, ci sono … basta guardare in modo diverso. E come? Smettendo di vedere con gli occhi, e iniziando con la fantasia del cuore. Sembra una frase fatta, lo so, e anche per niente facile. Ma le cose belle se le vuoi ottenere, mica è semplice averle. Le devi conquistare con impegno e passione, e com’è bella la sensazione di aver raggiunto il tuo obiettivo, lì che ti gusti la vittoria, no? Come quando sei innamorato, faresti di tutto per il tuo lui o la tua lei. Così è lo stesso per le altre cose. L’amore per la vita, l’attaccamento alla stessa, i tuoi desideri, la tua fede e fiducia nel prossimo, nella natura, nel tuo credo, nel tuo lavoro, nella tua famiglia… in tutto ciò che fa parte di te. Allora guardare anche il cielo grigio non sarà lo stesso, potrai scorgere le sfumature delle nuvole quando incontrano il timido sole dietro di esse. Un volto non ti sembrerà così scuro e nascosto dietro la mascherina, perché cercherai gli occhi che sorridono ancora e ancora e ancora nonostante tutto.

 Sì, nonostante tutto, ci sei, ci sei con tutto te stesso. Per farlo porta avanti la tua libertà interiore, anche se questo momento la mette alla dura prova, non smettere di pensare con la tua testa, di sentire col tuo cuore, di camminare con le tue gambe. Se vuoi dire no, fallo con tutta la tua forza, se vuoi manifestare la tua idea, fallo con rispetto, con paura ma anche determinazione, perché l’unico modo per essere se stessi e vivere a colori, è permettersi di esprimersi a 360 gradi, senza giudicarsi.

 Ti auguro una vita in un mondo pieno di colori fuori e dentro di te! 

 NON SIAMO PIGRI! 

Quello che leggerai di seguito, forse potrà sembrare polemico ed esagerato, ma è mosso semplicemente da ciò che provo adesso. Sento rabbia per quello che vedo in tv, leggo su internet e ascolto dalle persone, che può essere riassunta in una parola, pigrizia. Pigrizia in ogni sua forma possibile.

Ora mi spiego. Immagino che tu abbia visto la pubblicità di un noto prodotto che serve a ricaricarti di energia quando ti senti a terra, lo prendi e stai subito meglio. Ecco, quello che dico io, a parte i casi dove possa essere necessario, come aiuto dopo un’influenza, o un periodo veramente stressante, non basterebbe che se ti senti stanco, non ti fermi un attimo, e riposi? Per me questa è una forma di pigrizia. Come? Risponderai, se sei tu che dici di riposare! Rifletti un momento: se mi fermo perché sono affaticato, vuol dire che mi prendo 5 minuti, o il tempo che mi serve per ricaricarmi e soprattutto stare con me. Questo non è uno “sforzo” stare in ascolto del proprio corpo? Capire cosa ci fa stare male? Cosa ci porta a correre e andare fuori dal nostro tempo? E’ più facile tirarsi su con un integratore o altro…

Stessa cosa, e forse per me, considero anche più allarmante, sempre per restare in tema di pubblicità, quella che si riferisce ad un farmaco, che solo il farmacista può consegnarti, che riduce i sintomi lievi dell’ansia. Non sono qui per contestare la funzionalità o meno del prodotto, non ne sono in grado e non mi interessa, quello che mi rende perplessa e preoccupata, è che venga sponsorizzato così in televisione, come se fosse una normale camomilla. Purtroppo chi si trova in difficoltà, proprio come dice il messaggio promozionale, magari si affida a quello che vede, senza pensare. Anche questo c’entra con l’essere pigro, anche perché calmare l’ansia, senza sapere da dove nasce, equivale a non ascoltarsi, farlo invece, come detto sopra, è molto faticoso.

Oltre a questo, noto soprattutto ultimamente, anche dopo il covid-19, un atteggiamento politically correct che sconfina nell’assurdo. Vi riporto solo una piccola cosa che mi è capitata, proprio sui social. Una collega in un gruppo online ha chiesto informazioni per quanto riguarda alcune formazioni, e chiedeva consiglio su cosa e quale scegliere. Ci sono stati alcuni commenti, a cui ho contribuito anch’io, ognuno ha detto la propria, in modo civile e se volete anche caloroso rispetto all’argomento e al “partito” preso. Qualcun altro non ha gradito, ha tenuto a precisare che la collega in questione avrebbe dovuto scegliere secondo la propria esperienza, e che tutti i suggerimenti non andavano bene, perché spinti da pareri troppo personali. Le parole non erano queste, ma il senso arrivato si, con l’aggiunta di un giudizio, che non è la sede giusta per riportarlo. Ora dico io, ma se viene chiesto un parere, perché non darlo? Perché dobbiamo dire per forza che va tutto bene? Che le esperienze sono tutte personali, che è tutto lecito? Che nessuno sbaglia? Ma non è proprio la base del disagio psicologico questa? In cui uno non è libero di esprimersi? Di essere e dire ciò che pensa? Se io non sono d’accordo con te, non vuol dire che non rispetti il tuo pensiero o la tua persona. Semplicemente, ho un punto diverso e sono disposto al confronto. Se guardiamo poi, al significato etimologico della parola rispetto, dal latino respectus, da respicere vuol dire guardare indietro. Fermarsi nel proprio cammino e confrontarsi con cosa ci è successo, significa essere più consapevoli, osservare. E’ un movimento spontaneo, personale, il rispetto non va chiesto, va solo dato, se no è pretesa. Non voglio dilungarmi oltre, su questo. 

Purtroppo, siamo in una società dove dobbiamo accettare “verità”, decise da altri, imposte da altri, dalla famosa maggioranza, dove chi è diverso deve soccombere, e a volte per assurdo il discriminato diventa il discriminante, perché viene meno quello che definivo prima come rispetto. Il guardare e prendere consapevolezza di ciò che è altro da me, che accetto, ma non mi deve per forza piacere, che non devo condividere sempre e comunque, e soprattutto che non devo, se non voglio, imitare o assecondare. E in questo sta altra pigrizia. Distinguersi è faticoso. 

Scusa se sembro pessimista, non è nella mia indole, e ripeto magari mi dai della polemica, e forse è la rabbia che parla, ma sono disponibile a rispondere a chiunque vorrà lasciare un commento. Ovviamente per chi come te non è stato pigro da leggere fino in fondo il pezzo. Sii sincero e diretto, nel rispetto di ognuno, prima di tutto di te stesso. Per sapere se lo sei, ascolta dentro di te se continui a respirare tranquillamente, sei sulla buona strada.



Come posso aiutarti?

Qualche giorno fa mi ha contattata una signora per un colloquio. Dalla voce mi è parsa preoccupata, in ansia per vari motivi, fra cui quelli economici, suo marito ha perso il lavoro, e lei sta ancora aspettando la cassa integrazione. Ci accordiamo per un incontro conoscitivo e gratuito a studio, per capire qual è la migliore soluzione per lei. Alla fine del colloquio la signora mi ha detto che avrebbe voluto continuare e iniziare un percorso con me, ma si sentiva impossibilitata a farlo, perché al momento non ha soldi. Dopo averne discusso, abbiamo trovato insieme una soluzione che riuscisse a rendere soddisfatte entrambe, cioè ci siamo accordate su tempi e compenso, e alla fine è uscita dallo studio un po’ sollevata.

Vi racconto questo, perché come lei, credo siano molte le persone che sentano il bisogno di un supporto psicologico, soprattutto in questo periodo di quarantena, in cui la salute mentale di tutti è stata messa a dura prova. Per chi è del mestiere, o per chi ha già fatto un percorso personale, magari è stata un po’ meno dura, aveva già risorse interiori e ha trovato strategie per superare momenti critici, e gli altri?
Ho sempre sostenuto che chi vuol fare veramente un percorso psicoterapeutico, trova mille soluzioni per poterlo intraprendere, forse perché anch’io per prima, all’inizio della mia professione, quando ancora mi dovevo specializzare, avevo difficoltà a fare terapia, e allora trovavo mille scuse per saltarla, anche e soprattutto quella di non avere soldi. Ma oggi? È ancora così? Tu che leggi cosa dici? 
Noi psicoterapeuti e psicologi cerchiamo in tutti i modi di andare in contro alla persona che richiede un nostro aiuto, facendo sconti, concordando modi e tempi per i pagamenti, ma ovviamente non possiamo lavorare sempre gratis. Mi rendo anche conto che questa pandemia ha lasciato gravi conseguenze, dalla morte alla depressione, dlla paura per il futuro alle difficoltà concrete per andare avanti. 
Oggi concludo lasciandomi e lasciandovi con un interrogativo. Se lo Stato desse aiuti concreti per la salute psico-fisica, (come bonus per prestazione con sconti o agevolazioni varie), in modo che la persona che richiede il servizio, non debba pagare il professionista, perché quest’ultimo è già finanziato dal governo, funzionerebbe? Le liste di attesa delle Asl sono lunghissime, c’è poco personale, e non ci sono concorsi per accedervi … probabilmente è un’utopia questa, però mi spiace, che come in quasi tutte le cose, alla fine solo chi ha i soldi, può fare ciò che vuole e che gli fa bene. 


Obbligo o piacere?


Fare, fare e ancora fare! A volte sembra che ci sia l'obbligo di dover compiere qualcosa per forza. E ci troviamo in un circolo di doveri. E guai se non sono cose fatte per bene! Quante invece, le cose che facciamo ci piacciono realmente?

Soprattutto in questo tempo di "arresti domiciliari" ci stiamo prodigando in molteplici attività. Dalla cucina al giardinaggio, dal disegno al modellismo, dall'invenzione di giochi a riprenderne di vecchi dal cassetto. Leggiamo, rispolveriamo cd, per chi li ha ancora, facciamo corsi online di tutti i tipi....poi ovviamente postiamo e condividiamo, e attendiamo con ansia un nuovo like o un commento.

Lo so, l'ho già scritto precedentemente e forse sarò ripetitiva...ma la domanda mi frulla sempre in testa...perché? Cosa ci spinge a fare tutto questo? 

Stiamo diventando esperti fornai, pasticceri, giardinieri ecc...e nelle relazioni come siamo messi? Ci vuole un corso? 

Prima di questo virus, stringere rapporti, fare amicizia, essere sinceri non era così facile. Dopo come sarà? Sarà facile? o difficile? o strano abbracciarsi? E quando lo potremo fare di nuovo? Per quanto tempo dovremo continuare a girare indistinti e indistinguibili, dietro guanti e mascherine di paura...?...io non ho risposte, purtroppo. Posso solo tornare a consigliare l'ascolto. L'ascolto di te stesso, per sentire come stai, e così saprai cosa vuoi. Spegni tutto e accendi il cuore. Non è impossibile. Bastano anche solo 5 minuti, e poi puoi tornare a fare dolci o altre cose per distrarti. Il sorriso è più vero e bello, dopo che hai capito da cosa ti volevi distrarre. Se non ci credi, prova.

Cosa vorresti trovare nell'uovo di Pasqua?

Mancano pochi giorni a Pasqua, e come spesso si dice, è giorno di rinascita, dove tutto ciò che non aveva senso, ora ne acquista uno nuovo, diverso.
Al di là della credenza religiosa, la ritengo una giornata particolare, soprattutto in questo momento storico, in cui molti di noi la passeranno lontano da parenti e amici più cari. 
Vorrei proporre una riflessione, un gioco. Immagina di poter scegliere cosa trovare nell'uovo di Pasqua. Immagina che quella cioccolata sia più di una semplice goduria per il palato, ma che si trasformi in metafora, in realizzazione di un tuo desiderio. Cosa vorresti? cosa vuoi trovarci dentro? E per dentro, non intendo nella cioccolata, voglio dire nella tua vita. Cosa ti manca? cosa desideri?...chiudi gli occhi e immagina. 
E una volta che l'hai visto, senti cosa provi, quali emozioni ti arrivano. 
Prova adesso a chiederti cosa potresti fare per ottenere quel desiderio, quella sorpresa...
E così magari in questi giorni, potresti capire quanto quell'uovo di Pasqua abbia già il tuo regalo all'interno...basta solo scartarlo.
Se ti va, commenta e condividi il tuo desiderio, a volte anche solo esprimerlo a parole, ti avvicina alla sua conquista.


LA TECNOLOGIA COME NUOVA DIPENDENZA

Ci sono moltissime ricerche scientifiche, mediche, psicologiche e sociali che ci spiegano quanto l'uso eccessivo della tecnologia sia nocivo per la nostra salute psico fisica. Lo so, non sto dicendo nulla di nuovo. È solo che in questo periodo, ci sto facendo più caso, più attenzione.
Lavorando anche nella scuola, so che gli insegnanti passano ore e ore al computer su piattaforme fatte a posta per tenere lezioni, spiegare, dare compiti e andare avanti col programma scolastico. I ragazzi e i bambini devono attenersi a ciò, e ovviamente in questa didattica a distanza, coinvolgono anche le famiglie, che devono garantire un accesso adeguato e sicuro a internet. Mi auguro che l'insegnamento includa, anche e soprattutto, chiedere agli studenti come si sentono, cosa provano in questa situazione, come stanno le loro famiglie, come è vivere questa vita particolare, imposta e non scelta. Soprattutto adesso, aiutare a renderli consapevoli dei loro stati emotivi, dovrebbe essere la base su cui far poggiare tutto il resto.
Poi ci sono i bambini e i ragazzi più svantaggiati, che magari non hanno possibilità di accedere a internet, non hanno un computer, non hanno i mezzi che diamo per scontato abbiano tutti. Con loro come intervenire? Come aiutarli? Come sostenerli? E gli studenti con disabilità, che hanno richieste specifiche e difficili da esaudire da distanza sia dall'insegnante di sostegno e dall'educatore? La tecnologia può compensare a tutto questo? Questi sono i primi interrogativi che mi vengono in mente. Ma non c'è solo questo.
Una volta passate le ore davanti al computer, cosa facciamo? Prendiamo il telefono, il tablet...così per distrarci un po', chattiamo, condividiamo foto, video...e dopo? Una bella serie tv non la vuoi vedere? Passiamo alla televisione e via un altro paio d'ore...
In questo non credo siano solo i ragazzi a sfruttare così tanto la tecnologia...a quale adulto non capita di pubblicare foto dell'ultimo dolce sfornato, dell'ultima pizza impastata...oppure la vignetta con qualche battuta...non dico che sia sbagliato e non sto qui a giudicare, anche perché io per prima lo faccio...dico solo che a volte siamo troppo online. Quando questo va a compensare mancanze, diventa come una droga. Proviamo a spegnere per 10 minuti il cellulare, il computer, il tablet, la tv...tutti gli apparecchi elettronici. Che ci succede? Ci riusciamo? O la nostra mente va subito lì a chiedere "mi avrà scritto qualcuno? Ci saranno nuovi post?"...
Sarebbe sano che ogni giorno, per un lasso di tempo di volta in volta maggiore, provassimo a spegnere tutto, e a stare. A sentire cosa proviamo offline. Sarebbe bello che la tecnologia dipendesse da noi, e non il contrario. Così una volta di nuovo nel mondo, riprendere ad abbracciarci, a salutarci guardandoci negli occhi, a incontrarci, sia un po' meno nuovo, un po' meno pauroso, un po' più facile e vero.
Restiamo più online dentro noi e meno online nel web. 

 

Tic, tac...tic, tac... il tempo segna il suo passaggio instancabilmente ogni secondo, ogni minuto, ora, giorni, mesi...anni...Lui va! E anche in questo periodo che sembra un po' la fine del mondo, Lui non si ferma...niente si ferma...ha il suo percorso da fare, con te al centro. Sei il protagonista della tua vita, e puoi fare solo una cosa, prenderla e viverla, per renderla un capolavoro. Non solo oggi. Sempre. Che questi giorni e mesi di chiusura, ti aprano il tuo cuore e la tua mente, per fare di te qualcosa di meraviglioso.
Prova a chiudere gli occhi, ascolta il silenzio...senti il tuo respiro, il tuo cuore...non c'è bisogno di riempire per forza ogni attimo della giornata. Impara a stare nel qui e ora, e senza parole, il tuo corpo parlerà, la tua anima ti dirà cosa vuole. Sembra difficile, quasi impossibile...ma se fatto ogni giorno, anche solo per un minuto, pian piano diverrà naturale...e alla fine sarai più consapevole di te stesso.

Poco fa mi sono accorta che la piantina di fragole che mi hanno regalato i bimbi a scuola, sta iniziando a dare i suoi primi frutti...le prime fragoline! Mi sono emozionata 🤭...poi mi sono incantata a guardare gli agnellini del vicino di casa, correvano su e giù...dall'altra parte un coniglietto salterino, poi il gallo...e tutta questa natura felice, che continua ad andare avanti inesorabile, con i suoi tempi, profumi, colori...mi ha distolta dal nervoso, dalla noia provata fino a poco fa.
Osservando tutto questo, mi viene alla mente solo una parola, Amore. In questo periodo così critico, così estraneo, così duro, così assurdo, credo che solo l'amore per noi stessi, per gli altri, per la natura, per la vita stessa, e per chi crede, per Dio, ci possa dare la forza, la creatività, la gioia, per andare avanti in questi giorni che sembrano interminabili...

In questo clima di paure ed incertezze, ci siete voi, voi bimbi che incontro nel lavoro che tanto amo, che mi regalate sorrisi, affetto, tante emozioni, e la certezza che nel mondo c'è sempre del buono! Grazie! E grazie anche alle insegnanti...

Autismo deriva dal greco αὐτός, stesso/se stesso. La perdita del contatto con la realtà e la creazione di un mondo proprio. Questa una delle definizioni del termine autismo. Prosegue poi con la specifica della sindrome autistica con descrizione di tutte le manifestazioni ad esso correlate. Non mi voglio addentrare in tutto ciò, mi voglio solo soffermare sulla prima frase: perdita del contatto con la realtà. A chi non è capitato almeno una volta nella vita di estraniarsi dal mondo circostante? Di chiudersi in una bolla e lasciare tutti e tutto fuori? A me sì, ogni tanto capita che volontariamente decida di restare in contatto con me e solo me. Credo che siate d'accordo che questa pratica sia "sana" e a volte necessaria a ritrovarsi, a sentire come stiamo. Quando invece non lo è, quando è causata da altri fattori indipendenti dalla propria volontà, o comunque non del tutto coscienti, si hanno sindromi psichiatriche o l'autismo.
Esiste poi un'altra estraniazione che è un misto di entrambe, che personalmente stento a concepire. Faccio un esempio. L'altro ieri stavo tornando a casa e ho assistito a una scena che mi ha lasciata a dir poco allibita. Un uomo sulla cinquantina stava parlando al cellulare e camminava veloce dritto per la sua strada. Dall'altra parte stava arrivando una ragazza sui 15/16 anni, intenta a messaggiare o a fare qualsiasi altra cosa, col suo cellulare. Testa bassa e passo lento. I percorsi dei due si sono incrociati. Si sono proprio urtati. O meglio, i loro corpi si sono toccati e sono rimasti per qualche secondo in contatto l'un con l'altro, spingendo ognuno nella propria direzione. Poi si sono liberati, senza guardarsi, senza scusarsi, entrambi hanno continuato a camminare, come se non fosse successo nulla.
Possibile? È la tecnologia a fare tutto questo? È la vita sempre più frenetica che ci porta ad andare e basta? Quali sentimenti ci sono alla base di questi comportamenti? Non so dare una spiegazione e trovare i perché, e non mi interessa molto, voglio solo sottolineare che, passatemi il termine, stiamo diventando un po' tutti "autistici" nel senso greco della parola. Centrati solo su noi stessi, chiusi nel nostro mondo, non ci accorgiamo dell'altro, perdiamo il contatto con la realtà, e ne creiamo una nostra fatta dei nostri problemi, dei nostri vissuti, delle nostre fissazioni. A differenza dell'autismo vero e proprio, siamo in grado di esprimerci, di comunicare, di fare entrare l'altro nel nostro mondo e viceversa. Ci stiamo solo dimenticando come si fa. Chiudiamo gli occhi e mettiamoci in ascolto.

Camminare per il centro, ed essere fermata da un gruppetto di studenti della classe dove ho lavorato lo scorso anno, che da lontano salutano, e si dimostrano dispiaciuti che sono in un'altra scuola, riempie il cuore di gioia.
Sono diversi anni che lavoro con i ragazzi e con i bambini delle elementari, e ogni anno anche se con molta fatica, è sempre un piacere stare con loro.
È uno scambio reciproco, in cui sia loro che io impariamo a essere più noi stessi.
Ovviamente non è sempre tutto rose e fiori, e le difficoltà che incontro sono molte.
Se dovessi farne un elenco, al primo posto metterei il "dire no!" Sia i ragazzi che i bambini, sia coloro che hanno bisogno del sostegno scolastico e non, non sono abituati a sentirsi dire no. Occupandomi soprattutto della disabilità, il primo scoglio che mi trovo ad affrontare è proprio questo. Dover dare regole, resistere ai "capricci" ed evitare di accontentare sempre e comunque.
Quello che ho notato infatti, è l'incapacità di reggere la frustrazione del ricevere un no, che invece, in quel momento, sarebbe molto costruttivo. Purtroppo, mi immagino che per vari motivi, in famiglia si fatichi come genitori, a dare regole e a definire i confini, e magari si tenda a spiegare troppo, finendo col giustificare decisioni più dure, quasi a scusarsi, per paura di ferire il figlio.
Il discorso è ampio, aggiungo solo che l'essere giovani "viziati" può portare spesso ad essere adulti fragili, incapaci di prendere decisioni e di assumersi responsabilità.
Non è una legge causa-effetto, e parlo solo per esperienza personale, sia nell'ambito scolastico, sia con i pazienti in studio, che mi riportano di infanzie e adolescenze simili, piene di si.
Una volta accettato il no, e compreso il senso, si interrompe il rapporto di sfida, e inizia la relazione di fiducia, in cui il bambino o il ragazzo, sente che di fronte a sé ha qualcuno che gli dà i confini di cui ha bisogno.
Concludo qui un discorso che come ho scritto prima, è molto ampio...magari approfondirò più avanti.
E come disse Asha Phillips "i no che aiutano a crescere"...sono fondamentali!