Anche quest'anno il Natale sta arrivando...con questo 2020 c'era da aspettarsi di tutto, pure che non venisse🤭
Il mio augurio a tutti non vuol esser di frasi fatte e cose già dette...voglio dirti di non star lì ad aspettare un anno migliore, bensì fare qualcosa purché sia tale...di non aspettare di fare scelte giuste, ma decidere e basta...di non aver paura e sperare che il peggio passi, bensì di passare col peggio e così il timore andrà...di non stare lì ad attendere che qualcuno decida per te, ma prendi in mano la tua vita...desidera più che puoi, apri il cuore e la mente, e passo dopo passo vivi la vita...ti vietano di baciare, abbracciare, toccare...e tu tieni duro afferra tutto ciò che puoi, lascia accesa la luce dentro te, e vedrai che brillerai come non mai!
Buon Natale!!

VOGLIO VIVERE A COLORI



 Mi sono affacciata alla finestra, e ho visto il cielo grigio, i palazzi grigi, le strade grigie, i volti delle persone grigi. Nell’aria odore di incertezza e paura. Si respira dietro mascherine che ci tolgono il sorriso e ci rendono anonimi quando ci incontriamo per caso, tanto che stentiamo a riconoscerci. I saluti sono diventati fugaci e privi di calore, un po’ come i rapporti che non riusciamo più ad approfondire. In tutto questo grigiore, persa nei miei pensieri, mi sono detta che voglio vivere a colori! E dove li trovo, se ovunque mi giro c’è bianco e nero e qualche sfumatura grigiastra? … ci sono, ci sono … basta guardare in modo diverso. E come? Smettendo di vedere con gli occhi, e iniziando con la fantasia del cuore. Sembra una frase fatta, lo so, e anche per niente facile. Ma le cose belle se le vuoi ottenere, mica è semplice averle. Le devi conquistare con impegno e passione, e com’è bella la sensazione di aver raggiunto il tuo obiettivo, lì che ti gusti la vittoria, no? Come quando sei innamorato, faresti di tutto per il tuo lui o la tua lei. Così è lo stesso per le altre cose. L’amore per la vita, l’attaccamento alla stessa, i tuoi desideri, la tua fede e fiducia nel prossimo, nella natura, nel tuo credo, nel tuo lavoro, nella tua famiglia… in tutto ciò che fa parte di te. Allora guardare anche il cielo grigio non sarà lo stesso, potrai scorgere le sfumature delle nuvole quando incontrano il timido sole dietro di esse. Un volto non ti sembrerà così scuro e nascosto dietro la mascherina, perché cercherai gli occhi che sorridono ancora e ancora e ancora nonostante tutto.

 Sì, nonostante tutto, ci sei, ci sei con tutto te stesso. Per farlo porta avanti la tua libertà interiore, anche se questo momento la mette alla dura prova, non smettere di pensare con la tua testa, di sentire col tuo cuore, di camminare con le tue gambe. Se vuoi dire no, fallo con tutta la tua forza, se vuoi manifestare la tua idea, fallo con rispetto, con paura ma anche determinazione, perché l’unico modo per essere se stessi e vivere a colori, è permettersi di esprimersi a 360 gradi, senza giudicarsi.

 Ti auguro una vita in un mondo pieno di colori fuori e dentro di te! 

 NON SIAMO PIGRI! 

Quello che leggerai di seguito, forse potrà sembrare polemico ed esagerato, ma è mosso semplicemente da ciò che provo adesso. Sento rabbia per quello che vedo in tv, leggo su internet e ascolto dalle persone, che può essere riassunta in una parola, pigrizia. Pigrizia in ogni sua forma possibile.

Ora mi spiego. Immagino che tu abbia visto la pubblicità di un noto prodotto che serve a ricaricarti di energia quando ti senti a terra, lo prendi e stai subito meglio. Ecco, quello che dico io, a parte i casi dove possa essere necessario, come aiuto dopo un’influenza, o un periodo veramente stressante, non basterebbe che se ti senti stanco, non ti fermi un attimo, e riposi? Per me questa è una forma di pigrizia. Come? Risponderai, se sei tu che dici di riposare! Rifletti un momento: se mi fermo perché sono affaticato, vuol dire che mi prendo 5 minuti, o il tempo che mi serve per ricaricarmi e soprattutto stare con me. Questo non è uno “sforzo” stare in ascolto del proprio corpo? Capire cosa ci fa stare male? Cosa ci porta a correre e andare fuori dal nostro tempo? E’ più facile tirarsi su con un integratore o altro…

Stessa cosa, e forse per me, considero anche più allarmante, sempre per restare in tema di pubblicità, quella che si riferisce ad un farmaco, che solo il farmacista può consegnarti, che riduce i sintomi lievi dell’ansia. Non sono qui per contestare la funzionalità o meno del prodotto, non ne sono in grado e non mi interessa, quello che mi rende perplessa e preoccupata, è che venga sponsorizzato così in televisione, come se fosse una normale camomilla. Purtroppo chi si trova in difficoltà, proprio come dice il messaggio promozionale, magari si affida a quello che vede, senza pensare. Anche questo c’entra con l’essere pigro, anche perché calmare l’ansia, senza sapere da dove nasce, equivale a non ascoltarsi, farlo invece, come detto sopra, è molto faticoso.

Oltre a questo, noto soprattutto ultimamente, anche dopo il covid-19, un atteggiamento politically correct che sconfina nell’assurdo. Vi riporto solo una piccola cosa che mi è capitata, proprio sui social. Una collega in un gruppo online ha chiesto informazioni per quanto riguarda alcune formazioni, e chiedeva consiglio su cosa e quale scegliere. Ci sono stati alcuni commenti, a cui ho contribuito anch’io, ognuno ha detto la propria, in modo civile e se volete anche caloroso rispetto all’argomento e al “partito” preso. Qualcun altro non ha gradito, ha tenuto a precisare che la collega in questione avrebbe dovuto scegliere secondo la propria esperienza, e che tutti i suggerimenti non andavano bene, perché spinti da pareri troppo personali. Le parole non erano queste, ma il senso arrivato si, con l’aggiunta di un giudizio, che non è la sede giusta per riportarlo. Ora dico io, ma se viene chiesto un parere, perché non darlo? Perché dobbiamo dire per forza che va tutto bene? Che le esperienze sono tutte personali, che è tutto lecito? Che nessuno sbaglia? Ma non è proprio la base del disagio psicologico questa? In cui uno non è libero di esprimersi? Di essere e dire ciò che pensa? Se io non sono d’accordo con te, non vuol dire che non rispetti il tuo pensiero o la tua persona. Semplicemente, ho un punto diverso e sono disposto al confronto. Se guardiamo poi, al significato etimologico della parola rispetto, dal latino respectus, da respicere vuol dire guardare indietro. Fermarsi nel proprio cammino e confrontarsi con cosa ci è successo, significa essere più consapevoli, osservare. E’ un movimento spontaneo, personale, il rispetto non va chiesto, va solo dato, se no è pretesa. Non voglio dilungarmi oltre, su questo. 

Purtroppo, siamo in una società dove dobbiamo accettare “verità”, decise da altri, imposte da altri, dalla famosa maggioranza, dove chi è diverso deve soccombere, e a volte per assurdo il discriminato diventa il discriminante, perché viene meno quello che definivo prima come rispetto. Il guardare e prendere consapevolezza di ciò che è altro da me, che accetto, ma non mi deve per forza piacere, che non devo condividere sempre e comunque, e soprattutto che non devo, se non voglio, imitare o assecondare. E in questo sta altra pigrizia. Distinguersi è faticoso. 

Scusa se sembro pessimista, non è nella mia indole, e ripeto magari mi dai della polemica, e forse è la rabbia che parla, ma sono disponibile a rispondere a chiunque vorrà lasciare un commento. Ovviamente per chi come te non è stato pigro da leggere fino in fondo il pezzo. Sii sincero e diretto, nel rispetto di ognuno, prima di tutto di te stesso. Per sapere se lo sei, ascolta dentro di te se continui a respirare tranquillamente, sei sulla buona strada.



Come posso aiutarti?

Qualche giorno fa mi ha contattata una signora per un colloquio. Dalla voce mi è parsa preoccupata, in ansia per vari motivi, fra cui quelli economici, suo marito ha perso il lavoro, e lei sta ancora aspettando la cassa integrazione. Ci accordiamo per un incontro conoscitivo e gratuito a studio, per capire qual è la migliore soluzione per lei. Alla fine del colloquio la signora mi ha detto che avrebbe voluto continuare e iniziare un percorso con me, ma si sentiva impossibilitata a farlo, perché al momento non ha soldi. Dopo averne discusso, abbiamo trovato insieme una soluzione che riuscisse a rendere soddisfatte entrambe, cioè ci siamo accordate su tempi e compenso, e alla fine è uscita dallo studio un po’ sollevata.

Vi racconto questo, perché come lei, credo siano molte le persone che sentano il bisogno di un supporto psicologico, soprattutto in questo periodo di quarantena, in cui la salute mentale di tutti è stata messa a dura prova. Per chi è del mestiere, o per chi ha già fatto un percorso personale, magari è stata un po’ meno dura, aveva già risorse interiori e ha trovato strategie per superare momenti critici, e gli altri?
Ho sempre sostenuto che chi vuol fare veramente un percorso psicoterapeutico, trova mille soluzioni per poterlo intraprendere, forse perché anch’io per prima, all’inizio della mia professione, quando ancora mi dovevo specializzare, avevo difficoltà a fare terapia, e allora trovavo mille scuse per saltarla, anche e soprattutto quella di non avere soldi. Ma oggi? È ancora così? Tu che leggi cosa dici? 
Noi psicoterapeuti e psicologi cerchiamo in tutti i modi di andare in contro alla persona che richiede un nostro aiuto, facendo sconti, concordando modi e tempi per i pagamenti, ma ovviamente non possiamo lavorare sempre gratis. Mi rendo anche conto che questa pandemia ha lasciato gravi conseguenze, dalla morte alla depressione, dlla paura per il futuro alle difficoltà concrete per andare avanti. 
Oggi concludo lasciandomi e lasciandovi con un interrogativo. Se lo Stato desse aiuti concreti per la salute psico-fisica, (come bonus per prestazione con sconti o agevolazioni varie), in modo che la persona che richiede il servizio, non debba pagare il professionista, perché quest’ultimo è già finanziato dal governo, funzionerebbe? Le liste di attesa delle Asl sono lunghissime, c’è poco personale, e non ci sono concorsi per accedervi … probabilmente è un’utopia questa, però mi spiace, che come in quasi tutte le cose, alla fine solo chi ha i soldi, può fare ciò che vuole e che gli fa bene. 


Obbligo o piacere?


Fare, fare e ancora fare! A volte sembra che ci sia l'obbligo di dover compiere qualcosa per forza. E ci troviamo in un circolo di doveri. E guai se non sono cose fatte per bene! Quante invece, le cose che facciamo ci piacciono realmente?

Soprattutto in questo tempo di "arresti domiciliari" ci stiamo prodigando in molteplici attività. Dalla cucina al giardinaggio, dal disegno al modellismo, dall'invenzione di giochi a riprenderne di vecchi dal cassetto. Leggiamo, rispolveriamo cd, per chi li ha ancora, facciamo corsi online di tutti i tipi....poi ovviamente postiamo e condividiamo, e attendiamo con ansia un nuovo like o un commento.

Lo so, l'ho già scritto precedentemente e forse sarò ripetitiva...ma la domanda mi frulla sempre in testa...perché? Cosa ci spinge a fare tutto questo? 

Stiamo diventando esperti fornai, pasticceri, giardinieri ecc...e nelle relazioni come siamo messi? Ci vuole un corso? 

Prima di questo virus, stringere rapporti, fare amicizia, essere sinceri non era così facile. Dopo come sarà? Sarà facile? o difficile? o strano abbracciarsi? E quando lo potremo fare di nuovo? Per quanto tempo dovremo continuare a girare indistinti e indistinguibili, dietro guanti e mascherine di paura...?...io non ho risposte, purtroppo. Posso solo tornare a consigliare l'ascolto. L'ascolto di te stesso, per sentire come stai, e così saprai cosa vuoi. Spegni tutto e accendi il cuore. Non è impossibile. Bastano anche solo 5 minuti, e poi puoi tornare a fare dolci o altre cose per distrarti. Il sorriso è più vero e bello, dopo che hai capito da cosa ti volevi distrarre. Se non ci credi, prova.

Cosa vorresti trovare nell'uovo di Pasqua?

Mancano pochi giorni a Pasqua, e come spesso si dice, è giorno di rinascita, dove tutto ciò che non aveva senso, ora ne acquista uno nuovo, diverso.
Al di là della credenza religiosa, la ritengo una giornata particolare, soprattutto in questo momento storico, in cui molti di noi la passeranno lontano da parenti e amici più cari. 
Vorrei proporre una riflessione, un gioco. Immagina di poter scegliere cosa trovare nell'uovo di Pasqua. Immagina che quella cioccolata sia più di una semplice goduria per il palato, ma che si trasformi in metafora, in realizzazione di un tuo desiderio. Cosa vorresti? cosa vuoi trovarci dentro? E per dentro, non intendo nella cioccolata, voglio dire nella tua vita. Cosa ti manca? cosa desideri?...chiudi gli occhi e immagina. 
E una volta che l'hai visto, senti cosa provi, quali emozioni ti arrivano. 
Prova adesso a chiederti cosa potresti fare per ottenere quel desiderio, quella sorpresa...
E così magari in questi giorni, potresti capire quanto quell'uovo di Pasqua abbia già il tuo regalo all'interno...basta solo scartarlo.
Se ti va, commenta e condividi il tuo desiderio, a volte anche solo esprimerlo a parole, ti avvicina alla sua conquista.


LA TECNOLOGIA COME NUOVA DIPENDENZA

Ci sono moltissime ricerche scientifiche, mediche, psicologiche e sociali che ci spiegano quanto l'uso eccessivo della tecnologia sia nocivo per la nostra salute psico fisica. Lo so, non sto dicendo nulla di nuovo. È solo che in questo periodo, ci sto facendo più caso, più attenzione.
Lavorando anche nella scuola, so che gli insegnanti passano ore e ore al computer su piattaforme fatte a posta per tenere lezioni, spiegare, dare compiti e andare avanti col programma scolastico. I ragazzi e i bambini devono attenersi a ciò, e ovviamente in questa didattica a distanza, coinvolgono anche le famiglie, che devono garantire un accesso adeguato e sicuro a internet. Mi auguro che l'insegnamento includa, anche e soprattutto, chiedere agli studenti come si sentono, cosa provano in questa situazione, come stanno le loro famiglie, come è vivere questa vita particolare, imposta e non scelta. Soprattutto adesso, aiutare a renderli consapevoli dei loro stati emotivi, dovrebbe essere la base su cui far poggiare tutto il resto.
Poi ci sono i bambini e i ragazzi più svantaggiati, che magari non hanno possibilità di accedere a internet, non hanno un computer, non hanno i mezzi che diamo per scontato abbiano tutti. Con loro come intervenire? Come aiutarli? Come sostenerli? E gli studenti con disabilità, che hanno richieste specifiche e difficili da esaudire da distanza sia dall'insegnante di sostegno e dall'educatore? La tecnologia può compensare a tutto questo? Questi sono i primi interrogativi che mi vengono in mente. Ma non c'è solo questo.
Una volta passate le ore davanti al computer, cosa facciamo? Prendiamo il telefono, il tablet...così per distrarci un po', chattiamo, condividiamo foto, video...e dopo? Una bella serie tv non la vuoi vedere? Passiamo alla televisione e via un altro paio d'ore...
In questo non credo siano solo i ragazzi a sfruttare così tanto la tecnologia...a quale adulto non capita di pubblicare foto dell'ultimo dolce sfornato, dell'ultima pizza impastata...oppure la vignetta con qualche battuta...non dico che sia sbagliato e non sto qui a giudicare, anche perché io per prima lo faccio...dico solo che a volte siamo troppo online. Quando questo va a compensare mancanze, diventa come una droga. Proviamo a spegnere per 10 minuti il cellulare, il computer, il tablet, la tv...tutti gli apparecchi elettronici. Che ci succede? Ci riusciamo? O la nostra mente va subito lì a chiedere "mi avrà scritto qualcuno? Ci saranno nuovi post?"...
Sarebbe sano che ogni giorno, per un lasso di tempo di volta in volta maggiore, provassimo a spegnere tutto, e a stare. A sentire cosa proviamo offline. Sarebbe bello che la tecnologia dipendesse da noi, e non il contrario. Così una volta di nuovo nel mondo, riprendere ad abbracciarci, a salutarci guardandoci negli occhi, a incontrarci, sia un po' meno nuovo, un po' meno pauroso, un po' più facile e vero.
Restiamo più online dentro noi e meno online nel web. 

 

Tic, tac...tic, tac... il tempo segna il suo passaggio instancabilmente ogni secondo, ogni minuto, ora, giorni, mesi...anni...Lui va! E anche in questo periodo che sembra un po' la fine del mondo, Lui non si ferma...niente si ferma...ha il suo percorso da fare, con te al centro. Sei il protagonista della tua vita, e puoi fare solo una cosa, prenderla e viverla, per renderla un capolavoro. Non solo oggi. Sempre. Che questi giorni e mesi di chiusura, ti aprano il tuo cuore e la tua mente, per fare di te qualcosa di meraviglioso.
Prova a chiudere gli occhi, ascolta il silenzio...senti il tuo respiro, il tuo cuore...non c'è bisogno di riempire per forza ogni attimo della giornata. Impara a stare nel qui e ora, e senza parole, il tuo corpo parlerà, la tua anima ti dirà cosa vuole. Sembra difficile, quasi impossibile...ma se fatto ogni giorno, anche solo per un minuto, pian piano diverrà naturale...e alla fine sarai più consapevole di te stesso.

Poco fa mi sono accorta che la piantina di fragole che mi hanno regalato i bimbi a scuola, sta iniziando a dare i suoi primi frutti...le prime fragoline! Mi sono emozionata 🤭...poi mi sono incantata a guardare gli agnellini del vicino di casa, correvano su e giù...dall'altra parte un coniglietto salterino, poi il gallo...e tutta questa natura felice, che continua ad andare avanti inesorabile, con i suoi tempi, profumi, colori...mi ha distolta dal nervoso, dalla noia provata fino a poco fa.
Osservando tutto questo, mi viene alla mente solo una parola, Amore. In questo periodo così critico, così estraneo, così duro, così assurdo, credo che solo l'amore per noi stessi, per gli altri, per la natura, per la vita stessa, e per chi crede, per Dio, ci possa dare la forza, la creatività, la gioia, per andare avanti in questi giorni che sembrano interminabili...

In questo clima di paure ed incertezze, ci siete voi, voi bimbi che incontro nel lavoro che tanto amo, che mi regalate sorrisi, affetto, tante emozioni, e la certezza che nel mondo c'è sempre del buono! Grazie! E grazie anche alle insegnanti...

Autismo deriva dal greco αὐτός, stesso/se stesso. La perdita del contatto con la realtà e la creazione di un mondo proprio. Questa una delle definizioni del termine autismo. Prosegue poi con la specifica della sindrome autistica con descrizione di tutte le manifestazioni ad esso correlate. Non mi voglio addentrare in tutto ciò, mi voglio solo soffermare sulla prima frase: perdita del contatto con la realtà. A chi non è capitato almeno una volta nella vita di estraniarsi dal mondo circostante? Di chiudersi in una bolla e lasciare tutti e tutto fuori? A me sì, ogni tanto capita che volontariamente decida di restare in contatto con me e solo me. Credo che siate d'accordo che questa pratica sia "sana" e a volte necessaria a ritrovarsi, a sentire come stiamo. Quando invece non lo è, quando è causata da altri fattori indipendenti dalla propria volontà, o comunque non del tutto coscienti, si hanno sindromi psichiatriche o l'autismo.
Esiste poi un'altra estraniazione che è un misto di entrambe, che personalmente stento a concepire. Faccio un esempio. L'altro ieri stavo tornando a casa e ho assistito a una scena che mi ha lasciata a dir poco allibita. Un uomo sulla cinquantina stava parlando al cellulare e camminava veloce dritto per la sua strada. Dall'altra parte stava arrivando una ragazza sui 15/16 anni, intenta a messaggiare o a fare qualsiasi altra cosa, col suo cellulare. Testa bassa e passo lento. I percorsi dei due si sono incrociati. Si sono proprio urtati. O meglio, i loro corpi si sono toccati e sono rimasti per qualche secondo in contatto l'un con l'altro, spingendo ognuno nella propria direzione. Poi si sono liberati, senza guardarsi, senza scusarsi, entrambi hanno continuato a camminare, come se non fosse successo nulla.
Possibile? È la tecnologia a fare tutto questo? È la vita sempre più frenetica che ci porta ad andare e basta? Quali sentimenti ci sono alla base di questi comportamenti? Non so dare una spiegazione e trovare i perché, e non mi interessa molto, voglio solo sottolineare che, passatemi il termine, stiamo diventando un po' tutti "autistici" nel senso greco della parola. Centrati solo su noi stessi, chiusi nel nostro mondo, non ci accorgiamo dell'altro, perdiamo il contatto con la realtà, e ne creiamo una nostra fatta dei nostri problemi, dei nostri vissuti, delle nostre fissazioni. A differenza dell'autismo vero e proprio, siamo in grado di esprimerci, di comunicare, di fare entrare l'altro nel nostro mondo e viceversa. Ci stiamo solo dimenticando come si fa. Chiudiamo gli occhi e mettiamoci in ascolto.

Camminare per il centro, ed essere fermata da un gruppetto di studenti della classe dove ho lavorato lo scorso anno, che da lontano salutano, e si dimostrano dispiaciuti che sono in un'altra scuola, riempie il cuore di gioia.
Sono diversi anni che lavoro con i ragazzi e con i bambini delle elementari, e ogni anno anche se con molta fatica, è sempre un piacere stare con loro.
È uno scambio reciproco, in cui sia loro che io impariamo a essere più noi stessi.
Ovviamente non è sempre tutto rose e fiori, e le difficoltà che incontro sono molte.
Se dovessi farne un elenco, al primo posto metterei il "dire no!" Sia i ragazzi che i bambini, sia coloro che hanno bisogno del sostegno scolastico e non, non sono abituati a sentirsi dire no. Occupandomi soprattutto della disabilità, il primo scoglio che mi trovo ad affrontare è proprio questo. Dover dare regole, resistere ai "capricci" ed evitare di accontentare sempre e comunque.
Quello che ho notato infatti, è l'incapacità di reggere la frustrazione del ricevere un no, che invece, in quel momento, sarebbe molto costruttivo. Purtroppo, mi immagino che per vari motivi, in famiglia si fatichi come genitori, a dare regole e a definire i confini, e magari si tenda a spiegare troppo, finendo col giustificare decisioni più dure, quasi a scusarsi, per paura di ferire il figlio.
Il discorso è ampio, aggiungo solo che l'essere giovani "viziati" può portare spesso ad essere adulti fragili, incapaci di prendere decisioni e di assumersi responsabilità.
Non è una legge causa-effetto, e parlo solo per esperienza personale, sia nell'ambito scolastico, sia con i pazienti in studio, che mi riportano di infanzie e adolescenze simili, piene di si.
Una volta accettato il no, e compreso il senso, si interrompe il rapporto di sfida, e inizia la relazione di fiducia, in cui il bambino o il ragazzo, sente che di fronte a sé ha qualcuno che gli dà i confini di cui ha bisogno.
Concludo qui un discorso che come ho scritto prima, è molto ampio...magari approfondirò più avanti.
E come disse Asha Phillips "i no che aiutano a crescere"...sono fondamentali!